Informativa

Per migliorare il nostro servizio, la tua esperienza di navigazione e la fruizione pubblicitaria questo sito web utilizza i cookie (proprietari e di terze parti). Per maggiori informazioni (ad esempio su come disabilitarli) leggi la nostra Cookies Policy. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.

OK X
Globalist:


Società

Una vita da nababbi

Diario del viaggio di un gruppo di turiste jugoslave nell'Unione sovietica degli anni '80: da Mosca a Sukhumi con una crociera sul Mar Nero che si conclude a Odessa

AdminSito
mercoledì 13 aprile 2016 19:25


"Quanto è bello essere ricchi!", continuava ad esclamare Nadia. Tornavamo a casa, esauste ma contente, dallo shopping sfrenato. Ognuna di noi sembrava un carrello portapacchi: sommerse da borse, pacchettoni, tante piccole scatole, fagotti a tracolla. Messe così, entravamo di fianco per la porta, oppure appoggiavamo la roba sul pianerottolo e portavamo dentro un pezzo alla volta.

A Mosca, negli anni Ottanta, cambiando cento marchi tedeschi al mercato nero, si poteva vivere da nababbi tutto il mese. C'era un limite però. All'epoca erano molte le cose che mancavano e si poteva acquistare solo quello che si trovava nei negozi.Le merci arrivavano nelle botteghe all'improvviso, non pianificate e senza regolarità, e di solito tutto si vendeva in un attimo. Una lunga fila di gente davanti ai negozi indicava che era arrivato qualcosa. Ci si metteva ad aspettare, ma spesso, finché non arrivava il proprio turno, non si sapeva per che cosa si stesse facendo la fila: salsicce, gioielli, pellicce, vodka.

Giravamo per la città con migliaia di rubli in tasca, se capitava qualcosa da comprare noi eravamo pronte. Io andavo matta per i cappelli. In Russia la necessità di proteggersi la testa dal freddo ha fatto sì che ci fosse un'ampia produzione di copricapi bellissimi, di tutti i tipi, mai visti da altre parti. In quel viaggio ne comprai cinque-sei in una volta, senza provarli. Poi a casa li controllavo, e quelli che non mi andavano bene li regalavo. Ancora oggi ho una bella collezione di cappelli russi. E poiché potevamo permettercelo, avevamo deciso di fare una crociera sul Mar Nero. Era la fine di gennaio, a Mosca la neve arrivava fino alle ginocchia, le temperature erano di venti sotto zero. Nel sud - ci dicevano - il tempo era bello, faceva caldo, maturavano i mandarini.

Si parte da Mosca con il treno fino a Odessa e da là si prende la nave da crociera per il Mar Nero.La nave, secondo il volantino, era lussuosa con la piscina, la sauna, la palestra, i ristoranti con le varie cucine nazionali e l'orchestra per le serate con la musica. Il programma della crociera era promettente, le fermate erano previste nei posti che conoscevo solo dai libri di storia, o dai racconti degli avventurieri: Odessa, Simferopoli, Sebastopoli, Jalta, Novorossiysk, Soči, Sukhumi, Batumi.

A Mosca, prima di partire, avevamo cambiato duemila marchi tedeschi nel caso ci capitasse qualcosa di veramente bello e importante da comprare, come dei brillanti per esempio. Ci avevano detto che "giù" la merce costava ancora meno e che si trovava più facilmente che a Mosca.  Il treno parte dalla Kievskaja, una delle nove stazioni ferroviarie di Mosca. È ancora giorno, appena si lascia la città comincia il paesaggio tipico: pianura con boschi di betulle, alte e snelle che "si levano come alte candele", recita il poeta russo Sergej Esenin.

Nadia guarda dalla finestra e decanta la bellezza delle betulle. Dopo un'ora il paesaggio è uguale, un'ora dopo, idem, pure i commenti di Nadia che continua a decantare i boschi. Dopo tre ore siamo già stanche di questo tragitto in treno di dodici ore in tutto. Nadia si accinge a ripetere qualcosa sulla bellezza delle betulle, ma un'occhiataccia la ferma con la bocca ancora aperta. Alla stazione ferroviaria di Odessa ci fanno salire su un pullman, insieme a una ventina di persone, e ci portano in un giro turistico per la città prima dell'imbarco sulla nave.

Odessa mi delude, giudicando da quello che si poteva vedere da una visita panoramica con l'autobus: i palazzi trascurati e molti anche abbandonati, le facciate slanciate, le vie lunghe e larghe ma senza alcun fascino né bellezza, poca gente per le strade e tanta polvere. Tutto appariva grigio: il cielo, l'aria, le case, il sole. Non pioveva ma ogni tanto cadeva un goccino di qualcosa, non era ben chiaro se smog, fuliggine o qualcos'altro. Faceva freddo.Nel primo pomeriggio ci imbarchiamo sulla nave da crociera "Leonid Sobinov". All'entrata i marinai russi ci salutano. Sono proprio come nei libri o nei film: giovanissimi, biondi con la faccia tonda, il naso piccolo.

Prima di cena facciamo un giro per la nave, cerchiamo di orientarci, di vedere dove si trova la sauna, la piscina, la palestra. Il personale ci mostra le strutture, ma tutto è vuoto e chiuso e, ci dicono, rimarrà tale per tutta la crociera.Per la cena ci vestiamo bene. Fa freddo, il mare è mosso, a momenti la nave rolla e beccheggia come se fosse una piccola barca. Nel ristorante ci sono circa venti vacanzieri. In uno spazio grande sembriamo quattro gatti nei quattro angoli. Nel nostro gruppo l'umore è basso, a stento si scambia qualche parola, gli sguardi esprimono quello che pensiamo, ma nessuno osa pronunciare ad alta voce: "Ma chi me l'ha fatto fare di andare in crociera?"

Dopo cena, nella sala da ballo, un'orchestra suona senza grande entusiasmo, i pochi presenti sono apatici, nessuno balla. L'atmosfera è quella di un funerale dove viene suonata per sbaglio musica allegra. Ci siamo solo noi quattro sedute a un tavolo, in un altro quattro uomini, poi due coniugi, forse, con la figlia, due-tre coppie. Il malumore è quasi palpabile. "Che tristezza!", penso, e ad alta voce dico che sono stanca e che vado a dormire. In silenzio mi seguono le altre del gruppo. La comodità e il divertimento non trovati sulla nave, però, furono ben compensati da quello che vedemmo poi sulla terraferma. Bellissime città, posti incantevoli che fanno parte della storia. Era come se qualcuno, con una macchina del tempo, ci portasse a vivere e a toccare il passato.

Lungo la costa del Mar Nero si snodano città e posti rinomati, non ancora rovinati dal turismo di massa. Si può danneggiare qualcosa anche cercando di migliorarlo, di "farlo più antico", più bello, perfetto, più "turistico". Avevo l'impressione di vivere qualcosa di autoctono e autentico, e non una montatura per i visitatori. A Jalta visitiamo il palazzo in cui, nel febbraio 1945, fu tenuta la famosa conferenza, quando i big della terra, Stalin, Roosevelt e Churchill, si spartirono il mondo nelle proprie sfere d'influenza. Il palazzo si chiama Livadija (in russo Ливадийский дворец), ed è un elegante edifico in stile neorinascimentale. La celebre foto dei partecipanti della conferenza di Jalta fu scattata nel giardino interno del palazzo. Non lontano, in cima a una scogliera a strapiombo sul mare, si erge l'incantevole castello dall'architettura neogotica "Nido di rondine" (Ласточкино гнездо). Da lontano ricorda il castello di Miramare a Trieste, ma è più piccolo e il posto dove si erge è spaventoso.

Nella città Alupka (Ал?пка) c'è il palazzo Vorontsov, costruito come residenza estiva per il governatore generale del governatorato di Novorossiya, il principe Mikhail Semyonovich Vorontsov. È una magnifica reggia ottocentesca, con le facciate in due stili completamente diversi. La facciata nord, rivolta verso l'entroterra, s'ispira allo stile Tudor inglese ed è in pietra locale color giallo-verde. Vi si accede passando per un rigoglioso parco in perfetta sintonia con l'imponente monte Ay-Petri che si innalza quasi dal cortile del castello.La facciata meridionale, che guarda verso il mare, è in stile moresco, in marmo bianco, con un massiccio vestibolo centrale che assomiglia all'ingresso di una moschea. L'elegante e larga scalinata, custodita da sei leoni di marmo, passa per il parco, anch'esso in stile orientale, e scende verso il mare.
 
Uno del gruppo chiede alla guida cosa ci sia da vantarsi di qualcosa ispirato dall'architettura islamica, cioè estranea alla Russia. La guida, una donna russa, risponde con un tono di rimprovero, dicendo che anche lo stile orientale fa parte della storia e del patrimonio del paese e come tale va conservato e rispettato.Questo commento, me lo ricorderò spesso durante le guerra in Jugoslavia, negli anni Novanta, quando si distruggeva tutto quello che non era in armonia con le fedi e le idee dei conquistatori, convinti che cancellando potevano cambiare anche la storia.

In uno spazio limitato, come la nave, si socializza più facilmente con gli sconosciuti. I primi giorni della crociera noto una sorta di boicottaggio verso di noi. Già a Mosca, nei mezzi pubblici, avevo sentito i commenti o i brontolii di qualche moscovita sugli stranieri che "devono tornare a casa propria". Capitava che i taxi, anche se vuoti, non si fermassero. Ci hanno spiegato che, essendo brune, ci scambiavano per donne dalle repubbliche sovietiche dell'Asia centrale. I russi non le sopportavano e lo sciovinismo nei loro confronti era diffuso. A Mosca, la bagnina della sauna dove andavamo era una tartara (musulmana) ma si faceva chiamare con il nome russo di Agna; un fruttivendolo, Aliev, aveva il soprannome di Sa?a. Non erano casi isolati.

La terza sera un tizio invita Mirna, la più giovane e più bella di noi, a ballare. Evidentemente durante il ballo si erano parlati perché quando questi riaccompagna Mirna al tavolo ci dice con entusiasmo: "Ah, siete della Jugoslavia! Che bello, che grande paese! Perché non ce l'avete detto subito?", ecc. La voce che eravamo jugoslave si sparge in fretta per la nave. Gli altri passeggeri diventano cordiali, ci salutano, ci sorridono.Il gruppo che durante i pasti occupava il tavolo vicino al nostro ci manda una bottiglia di vino, ci saluta, scambiamo alcune frasi di cordialità e infine diventiamo quasi amici.

Erano georgiani. Quattro uomini soli, gentili, simpatici. E anche pieni di soldi. Ogni volta che pagavano tiravano fuori dalle tasche un mucchio di biglietti e lasciavano laute mance ai camerieri.I passeggeri russi ci avvertono che i georgiani sono malavitosi, i maggiori contrabbandieri in Russia, insomma persone da non frequentare. I "nostri" nuovi amici però erano cordiali, rispettosi. Ci divertivamo un sacco insieme.Intanto conserviamo le nostre migliaia di rubli, ci tratteniamo dallo spenderli, nella speranza di trovare qualcosa di più bello da comprare nella prossima tappa, nella prossima città.

La mattina del 22 gennaio, notiamo un po' di agitazione tra i passeggeri. È chiaro che è successo qualcosa. Poi la notizia ci colpisce come un pugno in faccia: la notte precedente il governo russo ha fatto una massiccia svalutazione della moneta nazionale. Tutti i nostri rubli erano diventati carta straccia. Altro che brillanti! Con tutte le monete che avevamo in tasca non potevamo comprare più neanche un caffè. Siamo diventate di nuovo povere.Quella notte i nostri "amici" georgiani erano spariti, senza dirci nulla, mai capito come e dove avevano lasciato la nave, perché non erano previsti scali durante la notte. Probabilmente avevano saputo in anticipo cosa stava per accadere e avevano abbandonato la nave in fretta cercando di "salvare" i propri soldi.

Ci danno istruzioni di lasciare i vecchi rubli al capitano, che prende nota di quanti sono, firma la carta, e li mette in cassaforte. Dopo, casomai, si vedrà.  Il giorno "della svalutazione" la nave si ferma a Sukhumi (oggi la capitale della Repubblica de facto di Abkhazia). Situata sulla costa est del mar Nero, in un'ampia baia con bellissime spiagge sabbiose, la città ha una lunga storia di località balneare.Dopo la visita guidata, passiamo lentamente e senza meta per la città. Il suo elegante lungomare era stato calpestato in passato da uomini e donne incoronati, principi e principesse, famosi condottieri, ricchi uomini d'affari, e nell'era sovietica ci passavano le vacanze alti ufficiali statali e politici importanti. Ma il giorno che sbarchiamo noi fa freddo (di solito il clima è semi tropicale), la notte precedente era nevicato, per la prima volta in venti anni, ci dicono. Il forte vento piega le palme, e qualche fiocco di neve ancora ci si appiccica sul viso. La città e vuota e solo ogni tanto si vede, di sfuggita, qualcuno che in fretta scappa dal maltempo.

Il famoso giardino botanico creato nel 1840 era chiuso, abbiamo rinunciato all'idea di visitare la vicina Koktibel, considerata come la Capri sovietica. Una volta era chiusa per gli stranieri e i cittadini sovietici comuni, riservata solo per gli scienziati impegnati sui vari programmi considerati e trattati come segreto di stato. Proprio là ci passava le vacanze Bruno Pontecorvo, fisico nucleare italiano, che negli anni '50-60 abbandonò l'importante carriera costruita nei prestigiosi istituti scientifici occidentali, per vivere nell'Unione Sovietica.Adesso che siamo senza soldi mi viene voglia di bere il tè, il caffè, di mangiare biscotti, ma per tutto quello che mi passa per la mente ci vogliono i soldi.

Per un tempo impreciso girovaghiamo per vie secondarie, senza alcun entusiasmo, scontente, raffreddate. All'improvviso ci imbattiamo nel mercato di frutta e verdura. Fu come se dei maghi ci avessero fatto passare sotto un fazzoletto di stoffa nera per trasportarci in un'altra dimensione. È un luogo ampio, coperto, scuro, senza illuminazione, offuscato dal fumo di carbone e dal vapore che esce dalla bocca di tanta gente. Invece di voci e urla come si sente, ad esempio, nei mercati del pesce a Napoli, qui si udiva quasi all'unisono un mormorio di tante voci indistinte. Quando cerco di capire sento le parole di una lingua a me strana. Infatti a Sokhumi, fino al 1992, si parlavano nove lingue. Era una città multietnica e multiculturale.

Nel semibuio si muovono, come grosse sagome, le "babushke" russe avvolte in strati di vestiti. Sulle spalle hanno lo scialle fatto di lana di capra caucasica e ai piedi portano i "valenki",gli stivali tradizionali in feltro.Accanto ad ognuna, una specie di bidone che funge da stufa, di ferro, con dentro il carbone. Ci sembra di essere tornate indietro di duecento anni, di vivere in un quadro di Rembrandt.I banchi sono pieni di frutta e verdura, vedo qualcosa che costa poco, ma non abbiamo i soldi neanche per un mandarino.

L'ultima meta della crociera è la città di Batumi, sul confine turco. Poi la nave torna indietro, si sbarca a Odessa, e con il pullman si va dritti alla stazione ferroviaria. Ma solo per sapere che il treno per Mosca è in ritardo di nove ore.E adesso cosa facciamo in una città che non conosciamo e senza soldi? È il momento, penso, di tirare fuori i cento marchi tedeschi che tenevo nascosti nel portafoglio per "ne daj bo?e", come si dice in Bosnia, cioè per le emergenze, i casi estremi dai quali si spera Dio ci preservi. "Evviva!", esclamano le compagne di viaggio, baci e abbracci, come se avessimo vinto, che so, un milione di dollari.E ci affrettiamo a spenderli.

Fermiamo un taxi e gli diciamo di portarci a vedere la città. Odessa è piatta, le vie sono dritte, i quartieri fuori dal centro con le case basse. "Non è l'architettura che fa il fascino di Odessa", ci dice il tassista. "E allora di che cosa è fatta la sua fama?", chiedo. "Di atmosfera, di vita, della gente", risponde quello.Ci offre di portarci in un posto per vedere un po' di questo fascino. Accettiamo, e quello ci scarica davanti a un palazzo né tanto grande né tanto bello. È un cabaret. Entriamo e troviamo un posto elegante, ordinato, tavoli con impeccabili tovaglie bianche, i bicchieri, i camerieri, le candele. Il programma del cabaret è di alto livello. Un'atmosfera da film. Ordiniamo da mangiare, i piatti sono squisiti, il vino ottimo (georgiano), siamo contente, torna il buon umore, parliamo e ridiamo non proprio a bassa voce.

Dal tavolo accanto delle persone si rivolgono a noi nella "nostra" lingua. Sono dei dalmati che lavorano per una ditta jugoslava. Scambiamo le solite frasi: "Chi siete, da dove venite, cosa fate", e già diventiamo un unico gruppo.Trascorriamo insieme un paio d'ore bellissime. Un divertimento tanto bello, quanto inaspettato. Infine ci salutiamo, già come vecchi amici, ci scambiamo l'indirizzo e il numero di telefono con la promessa di restare in contatto.

Dieci anni dopo Esa, scappata dalla Sarajevo sotto assedio, trovò rifugio a casa di uno di quel gruppo. Ante la ospitò a casa sua, a Spalato, nell'attesa di poter proseguire altrove.

 
Connetti
Utente:

Password: